giovedì 31 gennaio 2013

Edward Hopper e la folla



Sono andata a vedere la mostra di Hopper al Grand Palais. Adoro Hopper e il senso di vuoto, di freddo e di solitudine che emana da tutti i suoi quadri, quindi ero abbastanza sicura fin dall'inizio che avrei apprezzato l'esperienza, ma le voci insistenti sulla presunta fila di cinque ore davanti all'entrata e la mia inerzia cronica finora mi avevano trattenuto dall'andarci. Ora, le voci sulle cinque ore di coda purtroppo sono fondatissime e i guardiani all'ingresso si preoccupano di dartene conferma appena arrivi, ma di coda non ho fatto neanche mezz'ora perché ho avuto la fortuna di conoscere una persona che era già a metà della fila e che mi ha detto di raggiungerla, e poi ha riconosciuto a sua volta una che era già in cima. I vantaggi dell'avere una fila circolare in cui ci si può vedere da un lato all'altro. In realtà non so se abbiamo rischiato il linciaggio perché ho accuratamente evitato di monitorare gli sguardi delle persone intorno, ma mi sono sentita sprofondare dalla vergogna.
In ogni caso, la fila non si risolve con le cinque ore che servono per entrare ma si prolunga per almeno tutto il primo piano dell'esposizione. Non so se ciò dipende dal fatto che i visitatori, dopo aver passato cinque ore a congelarsi ritengono opportuno e inevitabile passarne almeno altre cinque dentro il museo, o se è dovuto a un intoppo nell'organizzazione, ma nelle prime setto o otto sale la fila prosegue, ininterrotta, da un quadro all'altro.
Paradossalmente, una volta raggiunto il piano inferiore, dove si trovano le opere veramente famose, la folla scompare. O la gente muore asfissiata e disidratata prima di raggiungerlo o, non so, rimane accampata tutto il giorno davanti alle incisioni e alle illustrazioni del periodo di formazione, per principio.
Come che sia, è una bellissima mostra e se avessi dei lettori e questi vivessero a Parigi (e la mostra non chiudesse il 3 di Febbraio) li istigherei ad andarci.
Ma dato che non ne ho e che la gente per principio non fa comunque mai quel che gli dico, passerò direttamente all'argomento successivo.
Il giorno dopo sono andata a una manifestazione.
La manifestazione era per i diritti delle coppie omosessuali. Per inciso, sono bisessuale, e sì, esistiamo. Ma di questo forse parlerò in qualche post futuro.
Eravamo la modesta cifra di duecentomila manifestanti, ma purtroppo alla contro-manifestazione, se ho ben capito, erano il doppio. In ogni caso trovarsi così in mezzo duecentomila persone che presumibilmente la pensano come te (almeno su una cosa) ha un che di esaltante. Ovviamente ha anche un che di spaventoso quando dovunque ti volti c'è gente premuta come in una scatola di sardine e l'unica possibile, e altamente improbabile, via di fuga in caso di un attacco di ansia o panico improvvisi è il cielo. Speravo che dal punto di vista delle mie ansie sociali partecipare a una manifestazione funzionasse un po' secondo lo stesso meccanismo della vita in generale nelle grandi città, del tipo “tante persone uguale anonimato uguale solitudine” e che quindi fosse in sostanza come starsene in mezzo a un deserto in cui i granelli di sabbia si muovono su due piedi e parlano. Ma purtroppo non è così.
E penso che avrò bisogno di qualche settimana per riprendermi psicologicamente da questi due giorni.  

mercoledì 23 gennaio 2013

Spese

Ieri sera sono scesa a fare un po' di spese al Carrefour. Mentre mi rifornivo di frutta, verdura e alcolici, per meglio sopportare il fatto che dopo aver passato le feste in Italia per qualche motivo non mi sono riabituata a Parigi, la Carrefour di tutta la musica scadente che è uscita nel 2012 ha scelto di mettere su proprio la canzone che mi fa ritornare a galla tutta quanta la storia per cui sono fuggita qua e mi fa venir voglia di tagliarmi le vene. Ottimo inizio. Ovviamente una volta rientrata a casa mi sono stappata una bottiglia da 660 di birra e mi sono messa a riascoltarla in loop su youtube. 
Ma torniamo alla spesa. La spesa è sempre un momento deprimente, anche quando la scelta musicale del supermercato non mi riporta a galla vecchie (o nuove) ferite. Questo perché i prezzi di qualsiasi tipo di genere alimentare qui sono alti circa il doppio che in Italia, ma le mie risorse economiche sono sempre le stesse, cioè tendenti allo zero. Lo stesso problema si pone per le consumazioni nei bar o, sia mai, uscite al ristorante. Non che abbia mai avuto una vita sociale particolarmente intensa e impegnativa, o che ci abbia mai preso un gran gusto ad averne una, ma qua anche a volerlo sarebbe in conflitto con la mia sopravvivenza materiale. A novembre e dicembre sono uscita un po' più spesso del solito e in compenso mi sono trovata a campare a pasta e olio per un paio di settimane.
Di conseguenza quando vado al supermercato rivolgo un'attenzione scrupolosa ai prezzi, me ne sto due ore davanti a ogni scaffale a cercare quello più basso e passo probabilmente per una gran tirchia. Voglio dire, passerei per una gran tirchia se non andassi a fare la spesa la sera venti minuti prima della chiusura, quando alla Carrefour non c'è praticamente più nessuno tranne me e l'asociale del palazzo accanto. Io e l'asociale siamo gli unici due deficienti che vanno lì alle sette e mezzo di sera con occhiali da sole e cuffie. Lui compra pane al cioccolato, budini e merendine, io compro insalata, tonno in scatola e birra. Ho la sensazione che potremmo andare d'accordo, quindi gli sto alla larga.
In ogni caso c'è anche qualcosa di positivo in tutto ciò (al di là del mio sano proposito di evitare il contatto diretto coi miei simili) e cioè che i prezzi esorbitanti dei generi alimentari mi hanno già fatto perdere cinque o sei chili da quando sono qua. Forse riuscirò a rimandare ancora di qualche anno l'avvento del diabete. Se non è già troppo tardi.

giovedì 17 gennaio 2013

Parigi


Parigi, insomma. Quando la gente mi chiede perché sono qui non so cosa rispondere. Dire la verità implicherebbe fare premesse che partono da prima della mia nascita e ammettere che negli ultimi cinque o sei anni la vita mi è completamente sfuggita di mano e tutto ciò che ne resta è una immensa montagna di merda che sto disperatamente cercando di spalare prima che mi sommerga. Ho come l'impressione che questo non sia il genere di risposta che ci si aspetta e che non farebbe più piacere agli altri sentirla che a me darla. Quindi la mia risposta standard è “non lo so”, il che ha il piacevole effetto collaterale di creare una certa aura di mistero che incuriosisce le persone ma le tiene a distanza.
Mi piace tenere le persone a distanza. Perché sono socialfobica, ma anche perché contrariamente a quel che si potrebbe pensare, io non odio le persone. Sono loro che odiano me appena arrivano a conoscermi un po' meglio. A quanto pare non devo essere un granché bella neanche dentro.
E poi ho un effetto destabilizzante sugli altri. O forse tendo ad attirare persone instabili, non lo so, ma sta di fatto che tutti quelli con cui ho a che fare presto o tardi sprofondano nel male di vivere, e la maggior parte non ne riemerge. Non ricordo quando è stata l'ultima volta che ho visto una persona felice da vicino.
Ma sto di nuovo sviando il discorso. Volevo parlare di Parigi, che presumo possa essere più interessante per Ranjid degli aneddoti sulla mia triste triste vita, dei quali ormai so per esperienza che non sono interessanti per nessuno, nemmeno per me stessa.
Parigi è una gran bella città, e detto da qualcuno che è cresciuto in aperta campagna in mezzo agli animali e prova orrore di qualsiasi insediamento umano con più di venti case, vuol dire qualcosa. Non che ci sia questo granché di verde a Parigi, c'è il Bois de Boulogne, dove non sono ancora stata, e ci sono un sacco di parchi e giardini, dove non vado perché sono pieni di gente. Ma l'atmosfera della città è tranquilla, c'è spazio, i marciapiedi sono abbastanza larghi da poter girare a piedi senza rischiare la vita e anche coi mezzi pubblici ci si sposta comodamente. Perlomeno all'ora di pranzo e di notte, che è quando li prendo io.
Con i parigini poi, contrariamente a quel che vorrebbe la voce di popolo, non è così difficile andare d'accordo. Basta non pretendere di parlarci in inglese o qualsiasi altra lingua straniera. E soprattutto bisogna evitare commenti sarcastici o sprezzanti sulla Torre Eiffel.
È vero, la Torre Eiffel appena cala la notte per cinque minuti all'ora assomiglia inquietantemente a un gigantesco albero di Natale mal addobbato, ma ciò non impedisce ai parigini di stravedere per la sua illuminazione. Dopo aver visto la mortificazione negli sguardi delle prime quindici o sedici persone con cui ho fatto la battuta dell'albero di Natale, ho imparato a tacere e a tastare prima il terreno con un cauto “Ho visto la Torre Eiffel illuminata...” a cui di solito rispondono con un gran sorriso e un euforico “Bella, vero?!”.
Beh, sì, insomma... sulle foto viene bene. Quando c'è la nebbia.


sabato 12 gennaio 2013

Presentazioni e rimorsi



Ed ecco un altro blog, di cui non so ancora in che lingua vorrò tenerlo e a cosa mi servirà, ma visto che ho tempo, mi annoio e tanto per cambiare manco di contatti umani significativi, mi sembra un passatempo accettabile. Tanto dopo i primi tre o quattro post che nessuno leggerà mai mi dimenticherò di aggiornarlo, fra qualche mese mi ricorderò per caso della sua esistenza, ci ributterò un occhio così en passant, e avrò una crisi di rigetto che mi porterà a chiuderlo al pubblico come ho fatto con tutti gli altri.
In realtà ho un sacco di idee e un sacco di progetti in questo periodo, ma niente che riesca a concretizzare. Quindi se fra un paio d'anni mi ritroverò incatenata a un letto d'ospedale, sola, squattrinata e con un'infinita collezione di rimorsi e tubi che escono da ogni mio organo vitale, a chiedermi quale degli infiniti troiai di cui mi sono ingozzata sia stato la causa ultima della mia rovina, almeno potrò dire di aver aperto tanti blog inutili. Un rimpianto in meno.
Non che i rimpianti siano una brutta cosa. Circa un anno fa un'amica mi ha detto che la cosa più importante da capire prima di fare alcunché, è se saremmo più capaci di accettare una rinuncia o una sconfitta.
Io non ho mai avuto problemi a gestire le rinunce. La mia vita è fatta di poche devastanti sconfitte, alcune robe che gli altri chiamerebbero vittorie, traguardi o soddisfazioni, ma che io non riesco a vedere altrimenti che come delle cose che non ho chiesto e che mi sono piovute addosso per caso, e una lunga, interminabile serie di rinunce. La gente dice che i rimorsi siano delle cose brutte, ma per dire una cosa del genere bisogna o averne troppo pochi o non aver mai sperimentato cosa sia una sconfitta. I rimorsi sono delle compagnie docili, che si possono coccolare e disporre amorevolmente nel salotto buono del proprio cervello, come una collezione di ricordi nostalgici di un futuro che non è mai arrivato.
Ma sto perdendo il filo. Questo è un blog e l'ho aperto perché ancora non mi sono passati per la mente tutti gli ottimi motivi per i quali fra un mese lo chiuderò, sperando che le statistiche di blogger non mentano e che effettivamente non sia mai stato letto da altri che da un misterioso stalker il cui indirizzo IP riconduce a una remota zona rurale dell'India.
Quindi buona lettura Ranjid, spero che il traduttore di Google influisca positivamente sulla qualità dei contenuti!