mercoledì 27 febbraio 2013

Sintomi fobici e sentirsi una merda


Stamani vado di corsa al Carrefour per comprare due o tre cose prima di andare a casa di un'amica a cucinare e pranzare assieme, entro, agguanto un cestino e vado diritta al banco frutta-verdura. Noto quasi subito una donna col velo, un po' avanti cogli anni, che mi osserva ferma in mezzo al corridoio. Diciamo pure, mi scruta. E comincio a pensare a che cosa possa esserci che non va: sono troppo truccata? Troppo profumata? I miei vestiti sono strani? Ho fatto qualcosa di idiota senza rendermene conto? I miei capelli sono spettinati, sporchi, unti, ho un piccione sulla testa?? O le sto semplicemente sulle scatole??? E perché??? E soprattutto, perché dovunque vada qualcuno deve sempre guardarmi???
Prendo in fretta dei pomodori e mentre sto per pesarli sulla bilancia, la donna mi si avvicina di soppiatto. Penso che voglia passarmi avanti e la fulmino con lo sguardo.
Invece mi allunga un sacchetto con un misterioso legume viola e mi chiede se so a quale tasto della bilancia corrisponde. Guardo la cosa attraverso il sacchetto semi-trasparente. Somiglia un po' a una patata ma è più grande e, per l'appunto, viola. Non ho idea di cosa sia. Le chiedo se non c'era scritto lì dove l'ha preso. Mi risponde una frase biascicata che non capisco. Parto dal presupposto che ciò dipenda dalla mia scarsa conoscenza del francese e comincio a cercare il suo frutto viola nelle miniature sulla tastiera della bilancia. Trovo il numero 62, patate dolci, che mi pare vagamente somigliante a ciò che tiene in mano, glielo indico e le chiedo se non potrebbe essere quello. Lo osserva con aria diffidente e mi chiede: Cos'è, melanzane?
Le dico che no, che c'è scritto patate dolci e lei visibilmente sollevata dice che allora è quello giusto, sorride radiosa e ringrazia.
E in quel momento capisco. O non sa leggere o non ci vede un granché bene, ma in ogni caso deve essere stata ferma lì in mezzo al corridoio con quel sacchetto finché non ha visto qualcuno che le ispirasse simpatia o fiducia o che so io, per chiedergli di trovarle il tasto sulla bilancia. E mi sento una merda.
Ma almeno adesso so cos'è una patata dolce.  

mercoledì 20 febbraio 2013

Il (dannato) soggiorno in Italia


Come già accennato, qualche tempo fa sono tornata in Italia per un breve soggiorno. No, non ne sentivo la mancanza, ma quel che resta della mia vita familiare e sociale, e le festività di fine dicembre, lo richiedevano. Ora, vivere all'estero ha tutta una serie di vantaggi e svantaggi. Uno dei vantaggi più grandi è indubbiamente il fatto che parenti e amici dalla distanza diventano incredibilmente affettuosi e tolleranti, un po' come se fossi già morto, ma invece di portarti i fiori sulla tomba ti porgono i loro saluti su Skype. Di questo avevo già avuto un qualche sentore durante i mesi che sono stata quassù, ma quando sono rientrata la cosa ha raggiunto proporzioni inquietanti. Sono stata viziata, accudita e trattata con un riguardo religioso dalla mia famiglia e ho avuto più vita sociale in un paio di settimane che nei sei mesi precedenti. I miei amici hanno preteso di incontrarmi ripetute volte, mi hanno invitata a casa loro, mi hanno pagato le consumazioni.
Poi sono ripartita. E qua iniziano i problemi, non tanto per il viaggio delirante che ho fatto, quanto perché qualcosa di questo soggiorno mi è rimasto attaccato addosso. Mentre l'aereo decollava e Firenze spariva nelle campagne che la circondano e quindi nelle nuvole, per un attimo ho avuto la sensazione lancinante che sto sbagliando tutto, che la mia vita è là, i miei amici sono là, che bisogna combattere per ciò a cui si tiene e per i propri sogni. Poi una spessa lastra di nubi si è frapposta fra me e il suolo toscano, nascondendolo completamente alla vista e lasciandomi all'appassionante conversazione dei miei vicini sul loro amico che a quarant'anni ha deciso di mollare moglie e figli e farsi prete. Se m'inventassi una roba del genere per un racconto suonerebbe ridicolo.
Ma a parte questo, ho cambiato subitaneamente idea e ho pensato che, al diavolo, ormai è troppo tardi per tornare indietro, che a Parigi ho la speranza di riprendermi e ricominciare da capo e che devo avere abbastanza rispetto per me stessa da concedermi questa opportunità, che negli ultimi cinque anni la vita è stata una merda, ma in fin dei conti anche nei venti precedenti non è stata questo gran divertimento, quindi perché attaccarsi a tutto ciò?
Il fatto è che da quando sono tornata continuo a crogiolarmi in questi sbalzi d'idee e d'umore e come conseguenza di ciò ho già allegramente rifiutato un contratto di lavoro decente della durata di un anno. È vero, ho degli impegni per cui in primavera dovrò tornare in Italia, ma avrei potuto delegarli a qualcuno o anche mandarli completamente a quel paese. E so che quando tornerò giù sarà la stessa cosa. Tranne per il contratto di lavoro, che in Italia sicuramente non mi offrirà nessuno.
Vorrei prendere quei due o tre amici che mi ritrovo, ma perché no, anche una ventina di altre persone, le campagne in cui sono cresciuta, il clima italiano e i prezzi italiani, e trapiantare tutto a Parigi, poi prendere Parigi e trapiantarla a Berlino. Perché non è possibile?

sabato 9 febbraio 2013

Mi innamoro sempre alla cassa del supermercato


Stasera, alle otto passate, dopo una giornata delirante passata a cucinare, mangiare, mangiare, cucinare, disegnare, cucinare, mangiare e raccontarci le nostre vite con due mie nuove conoscenze del luogo, ho sentito invadermi improvvisa ed irrefrenabile l'ispirazione artistica. 
Ebbene sì, disegno. Ho anche questa pessima abitudine.
In ogni caso, per mia disperazione mi sono resa conto d'aver quasi finito i fogli nel blocco schizzi e quindi, contando che domani è domenica ed è tutto chiuso, mi sono fiondata giù al Simply a comprarne uno nuovo. Il Simply il sabato sera è una bolgia infernale, forse perché la chiusura domenicale delle attività commerciali, tanto amata dai francesi, getta nel panico la popolazione più delle sirene d'allarme o forse perché alla gente piace farsi del male, vai a saperlo.
In ogni caso, con minimo quindici persone in fila ad ogni cassa, io vado ad accodarmi a una a caso con un nuovo blocco schizzi. La fila scorre lenta, la gente si getta attorno occhiate omicide nel tentativo di capire se quella accanto scorre meglio e qua e là qualcuno rischia il linciaggio cercando di passare avanti con pretesti assurdi. Qualcun altro si arrende, molla il cestino con la spesa sul pavimento e se ne va, ed è già quasi il mio turno.
Poi vedo lui.
Un tizio sulla quarantina, molto affascinante, ma dall'aria un po' tramortita, che con nonchalance, sotto i miei occhi, spende 107 euro in alcolici. E se ne va.
Spero vivamente per lui che sia il proprietario di un bar, che stesse preparando un gran festino a casa sua (coll'entusiasmo di un condannato a morte) o perlomeno che abbia un lavoro ben pagato con cui finanziare il proprio alcolismo.
Comunque, una volta scomparso il mio nuovo amore, ho rivolto l'attenzione alle cassiere. Le quali, dopo aver presumibilmente impiegato le precedenti quattro ore a passare articoli sulla cassa a tempo di record, avevano l'aria un poco esaurita, i visi pallidi e sudati, e l'espressione di chi è sul punto di strapparsi i capelli e tentare di suicidarsi ingoiandoli. La mia oltretutto aveva un raffreddore allo stadio terminale.
E a quel punto ho pensato che, ok, c'è gente che sta peggio di me, almeno finché non mi toccherà fare lo stesso lavoro.
Cosa che probabilmente succederà presto.

venerdì 8 febbraio 2013

La sirena d'allarme


Comincio a sentirmi un poco idiota a scrivere qua sopra, soprattutto se si considera che (purtroppo) non ho affatto mantenuto il segreto su questa mia nuova ed esaltante impresa e ho passato ad almeno una ventina di persone (di molte delle quali so che hanno un account google e che passano buona metà della loro vita davanti al computer) il link a questo obbrobrio. Il fatto che per adesso nessuno di loro si sia aggiunto ai follower mi pare un ottimo indicatore di quanto questo blog sia interessante e di quanto io debba essere carismatica e convincente nel rivolgermi ad altri. Ma dato che i miei libri di auto-terapia mi obbligano ad avere più fiducia in me stessa, assumermi dei rischi e non trarre giudizi affrettati (e catastrofici) mi costringerò ad andare avanti con questa inutile auto-umiliazione per qualche altro mese.
In ogni caso, il mio argomento di oggi è la sirena d'allarme, ovvero quella cosa simpatica che mercoledì scorso mi ha strappato al sonno facendomi presagire scenari apocalittici. Ok, no, non proprio. Diciamo che mi ha fatto perdere un'ora a cercare informazioni utili in merito, però.
Pare che a Parigi, così come in varie altre città della Francia, ci siano ancora delle sirene d'allarme dei tempi della seconda guerra mondiale e che in caso di non meglio specificate emergenze debbano essere queste ad avvertire gli ignari cittadini del pericolo. Ora, visto che non sono proprio di recente produzione, per assicurarsi del loro funzionamento pare che usi farle suonare ogni primo mercoledì del mese, o come mi sembra più probabile, ogni primo mercoledì di febbraio.
Il segnale d'allarme dovrebbe avvertire la popolazione di andare a rintanarsi in un luogo chiuso (possibilmente senza finestre) e accendere la radio per essere informati sulla situazione. Queste sono le cose da farsi, in caso di una misteriosa catastrofe che per ora non pare essersi mai verificata, le cose da non farsi sono una sola: usare il telefono e intasare le linee.
Ebbene, in realtà pare che una misteriosa catastrofe che richiedesse l'attivazione delle sirene ci sia stata, nel lontano 2008 e che la comprensione da parte della popolazione del suo significato fosse così diffusa che l'unica reazione che ha scatenato è stata, per l'appunto, una marea di telefonate alle istituzioni.
Mentre scoprivo queste interessanti informazioni, facendo zapping fra il computer e il televisore, ho trovato anche un meraviglioso programma di casi giudiziari surreali e un blog di espatriati veramente interessante, che linkerei volentieri in questo post, se solo dopo non mi fossi persa nei meandri della rete per ore, senza prima salvarlo nei preferiti, e perdendone quindi ogni traccia. Per inciso, ho dimenticato anche il nome e il canale del programma televisivo.